martedì 28 febbraio 2012

Gli arancini di Hanover Street, Boston: storie di identità ibride

(da un nostro articolo apparso su Milano Sud, dicembre 2011)


Se vi bendassero, vi mettessero su un aereo e vi riaprissero gli occhi in Hanover St., nel quartiere North End di Boston, ci mettereste un po' a capire dove siete. E che non siete più in Italia.
Passo dopo passo incontrereste insegne come quella del “Bar sport” o della “Locanda italiana”, locali come la rosticceria “da Umberto” o “La stanza dei sigari”. Notereste adesivi con il tricolore su molte vetrine, poster della nazionale di calcio appese ai muri. Sentireste canzoni di Andrea Bocelli uscire dalle porte aperte dei negozi, annusereste odori invitanti di soffritti d'aglio e sughi al pomodoro.
Ma vi accorgereste presto che i conti non tornano: tanto per cominciare vedreste che sulle targhe delle auto c'è scritto “Massachusets”; sentireste che la gente non parla la vostra lingua. Notereste anche che quell'arancino in vetrina non ha poi una bella faccia (almeno rispetto a quello che avete mangiato l'ultima volta che siete stati in Sicilia).
Viaggiando negli Stati Uniti è sorprendente – e non solo in Hanover St., non solo a Boston – quanto l'italianità sia considerata un valore, un'etichetta da esporre e vendere, un marchio di garanzia di qualità. Cucina e moda: se sono italiane, sono migliori. E poco importa se italiane non sono per davvero.
Sì. Perché qui è facile cadere nella trappola del “made in Italy”. Se si cerca un prodotto “originale” bisogna sapere in quali negozi entrare e da quali stare alla larga: alcuni commercianti importano la merce direttamente dall'Italia, così da poter offrire – non proprio a buon mercato – Parmigiano Reggiano, pasta, salumi, caffè... Altri invece lavorano solo sull'etichetta e sul tricolore per vendere surrogati che poco si avvicinano ai corrispettivi mediterranei: mozzarella chees, Parmesan, salsiccia fosforescente.
Ma non si tratta solo di prodotti di consumo. Sarebbe troppo semplice dire che è tutta una speculazione ai danni dei consumatori, una furberia, una forzatura. Qui in Hanover Street, dietro le vetrine dei bar e dietro ai banconi delle macellerie, ci sono delle persone. Parlano un inglese con un accento a noi familiare; tra di loro si lasciano sfuggire espressioni nel loro dialetto d'origine, quasi sempre del Sud Italia. Sono per lo più immigrati di vecchia data che hanno fatto piccole o grandi fortune, che ora vivono qui da cittadini americani a pieno titolo e sono parte della comunità locale.
Ed è questo il punto.
Passato lo stupore iniziale verso l'aspetto folkloristico di luoghi come questo, ciò che colpisce è la naturalezza dell'incontro tra culture diverse. Diventa difficile dire che cosa è italiano e che cosa è americano; difficile separare due elementi che ormai si sono combinati come due gocce d'acqua nello stesso bicchiere. Qui le persone hanno abitudini “miste”, se così possiamo descriverle: i migranti hanno conservato ciò che hanno potuto (o voluto) ed hanno adattato tutto il resto al nuovo contesto sociale. Allo stesso tempo hanno trasformato il contesto americano ed hanno contribuito a farne ciò che è oggi.
D'altra parte, Hanover St. è un piccolo esempio di ciò che sono gli Stati Uniti: da quando il continente americano è stato scoperto, sul suo suolo si sono incontrate (quasi mai pacificamente) genti diverse in tempi diversi, ciascuno mosso da motivi propri. Ciò che ne risulta è una cultura nuova e mutevole, ogni giorno generata dall'incontro di tutti coloro che vi partecipano e vi hanno partecipato in passato.
Quello che accade nel quartiere italiano di Boston (come nella Chinatown di New York, o in viale Padova a Milano) è la nascita di qualcosa di nuovo ed inedito. L'italianità, portata dal mercato, dai mass media, dai nostri migranti vecchi e nuovi, incontra la società americana nel contesto odierno. Ne nasce Hanover street, che non è una montatura, un'imitazione, né una trovata pubblicitaria: è una cosa a sé, nuova. È la cultura, che per sua natura cambia e si mischia; che sfugge alle etichette rigide. Non c'è da temere ma da partecipare, esserci dentro.